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Scrittori prima e dopo l’era GenAI

Scrittori prima e dopo l’era GenAI
Immagine di Gabriele Congiu

Gabriele Congiu

Scrittore ed Editore.
Tra parole, immagini e musica

Un elemento fondamentale che ha sempre contraddistinto i lavori creativi — scrittura, musica, grafica — è la nascita di professioni costruite attraverso studio, esercizio, lentezza, ragionamento, confronti e anni di pratica.
Prendiamo come esempio gli scrittori, che oggi possiamo dividere in due categorie.

  • La prima è quella di chi ha costruito la propria professionalità attraverso lo studio sui libri, l’allenamento quotidiano della scrittura, il confronto con altri autori, la paura del blocco dello scrittore, dare sfogo alla propria immaginazione, fino a padroneggiare l’arte della comunicazione scritta.
  • La seconda categoria è composta da coloro che hanno sempre desiderato scrivere, ma non avevano competenze o conoscenze per addentrarsi in questo mondo. Con l’arrivo delle GenAI (Intelligenza Artificiale Generativa) hanno trovato una nuova possibilità: un compagno digitale capace di trasformare una semplice idea in un testo più o meno strutturato.

Ma avere un’idea non significa essere scrittori.

Avere un’idea è solo il punto di partenza. La scrittura richiede un processo molto più complesso: organizzare il pensiero, scegliere le parole giuste, trovare il ritmo della narrazione e dare coerenza alla storia. Ogni autore sviluppa nel tempo una propria voce, fatta di influenze, letture, esperienze personali e tentativi spesso falliti. È proprio questo percorso — fatto di revisioni, dubbi e riscritture — che trasforma una semplice intuizione in un testo capace di coinvolgere davvero il lettore.

Così come avere un’ispirazione non rende automaticamente musicisti o pittori, se poi è l’IA a sviluppare tutto il lavoro. Scrivere significa avere uno stile, una voce, una tecnica; significa saper modulare ritmo, revisione, linguaggio e narrazione.

Un chatbot — ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot, per citarne alcuni — può aiutare a “mettere in forma” un’idea, ma non può compensare la mancanza di sensibilità letteraria o esperienza narrativa. Ho sempre concepito la scrittura come un atto in cui le esperienze vissute, gli stati d’animo e i libri letti guidano naturalmente la mano. È ciò che è successo per i miei libri, nati prima della GenAI: Camminando verso i Depeche Mode, Luigi Lai Maestro di Launeddas, Roberto Turatti – 50 anni di musica e sentimenti, Se ci fossi stato io e Il Gatto che incontr-AI.

“Sono opere nate dalla passione e dal desiderio di vedere i miei pensieri prendere forma su carta, e ne vado orgoglioso”.

Non possiamo negare l’utilità dell’IA: se usata consapevolmente può potenziare lo scrittore. Può suggerire sinonimi, aiutare a riformulare una frase che non ci convince, superare il blocco dello scrittore o supportare l’editing, proprio come farebbe un correttore di bozze, anche se con una natura diversa.

Il problema nasce quando diventa il ghostwriter totale e la persona si presenta come autore pur non avendo scritto nulla, se non una breve descrizione iniziale. In questi casi il testo rischia di perdere autenticità: suona artificiale, privo di voce e pieno di similitudini ripetitive.

Per questo, anche nell’era dell’IA, posso affermare che la scrittura resta un atto profondamente umano. Ciò che rende un testo interessante sono:

  • la prospettiva
  • l’esperienza
  • la capacità di raccontare
  • la sensibilità

L’inganno del tutto e subito

L’intelligenza artificiale ha introdotto una tentazione molto forte: ottenere risultati immediati. In pochi secondi è possibile generare un testo, una melodia o un’immagine partendo da una semplice richiesta. Ma la creatività non nasce quasi mai dal “tutto e subito”. È un processo fatto di tentativi, revisioni, errori e intuizioni che maturano nel tempo. Pensare che un risultato immediato equivalga a un vero percorso creativo rischia di creare un’illusione: quella di poter saltare il processo che, in realtà, è proprio ciò che forma un autore.

Molti dimenticano che, anche potendo generare un intero libro in pochi minuti — immaginiamo un romanzo fantasy di 200 pagine — qualcuno dovrà comunque leggerlo con attenzione per verificarne la coerenza narrativa e la correttezza concettuale. Ed è proprio in questa fase che la velocità diventa nemica della qualità.

In definitiva, chi non possiede strumenti di scrittura difficilmente sarà anche in grado di valutare se un testo funziona davvero: nella sintassi, nell’ortografia, nel lessico, nella fabula (la struttura narrativa cronologica della storia) o nell’intreccio.

Ed è proprio qui che emerge il vero limite della tecnologia.

Un’IA può supportare, ma non sostituire.

Ma finché gli esseri umani sapranno emozionarsi leggendo un testo, ascoltando una musica oppure osservando un’opera grafica nate dalla sensibilità di una persona, distinguendole da quelle generate da una macchina, la scrittura, la musica e l’arte resteranno espressioni profondamente umane.
E quando invece non si riuscirà più a distinguere tra robot ed esseri umani? Questo non possiamo saperlo: dipenderà molto dalla nostra cultura e dalla nostra sensibilità.

Ci sarà sempre la prova del nove: esibirsi davanti a un pubblico e trasmettere quell’energia che un insieme di circuiti elettronici difficilmente potrà generare, perché privo di quella parte immateriale e vitale dell’essere umano: L’Anima.

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