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Siamo dentro la ruota del criceto
e non ce ne siamo accorti

Siamo dentro la ruota del criceto e non ce ne siamo accorti
Immagine di Gabriele Congiu

Gabriele Congiu

Scrittore ed Editore.
Tra parole, immagini e musica

Esce un nuovo strumento di intelligenza artificiale o semplicemente una nuova versione e tu lo scopri da una faccia con la “bocca a forma di O” su YouTube.

Passano dodici ore. Arriva il video intitolato: “È finita per i designer.”
Arrivano una serie di post, i cosiddetti thread: “Questo cambierà tutto.”
Arriva il podcast d’emergenza. E il giorno dopo, già si parla d’altro.

Nessuno ha ancora capito davvero cosa fa quello strumento, al massimo l’ha percepito e non ha avuto nemmeno il tempo di usarlo seriamente, di sbagliarsi, di correggersi, di formarsi un’opinione che valga qualcosa. Ma l’hype, l’ormai classico entusiasmo esagerato, non aspetta la comprensione. L’hype vive di velocità.

E prima ancora delle parole, arriva la faccia a “bocca a forma di O”, occhi spalancati, mani sulle guance. La thumbnail face, questo è il termine, ed esiste davvero, studiato e documentato come tecnica di manipolazione visiva. È il volto dello stupore fabbricato a tavolino, costruito per innescare un riflesso pavloviano, tipo: qualcosa di straordinario sta per succedere, devi guardare!

Non è entusiasmo. È una maschera.

E siamo così saturi di quella maschera che molti di noi non ci cascano più, a me fa l’effetto opposto: irritazione. Il danno collaterale è che abbiamo smesso di fidarci anche dell’entusiasmo genuino.

Non è l’intelligenza artificiale che ci ha messo dentro la ruota. Siamo stati noi, lentamente, a costruircela intorno.

Come dico sempre, il problema non è la tecnologia, come scrivo nell’opera digitale Intelligenza Artificiale conoscere l’essenziale. La tecnologia è uno strumento, neutro, potente, pieno di possibilità reali. Il problema è il ritmo che le abbiamo appiccicato addosso. Un ritmo che non corrisponde a nulla di umano. Non corrisponde al tempo che serve per imparare, per decidere o per vivere.

Ogni settimana una rivoluzione. Ogni settimana una sentenza. E noi lì, a rincorrere, con la sensazione permanente di essere già in ritardo su qualcosa che non abbiamo ancora capito. Questa non è informazione. È rumore travestito da urgenza.

L’hype ha un modello di business. La tua attenzione è il prodotto. Il panico è il formato.

La gara in cui nessuno ha chiesto di entrare

Il clickbait apocalittico, “X ha ucciso Y”, non nasce da un’analisi. Nasce da un algoritmo. Chi pubblica per primo prende più visualizzazioni. Chi esagera di più prende più click. Chi semina ansia prende più abbonati. Non è giornalismo e nemmeno divulgazione. È una gara in cui vinci spaventando la gente e la thumbnail face è la divisa di quella gara.

E intanto noi, tu, io, chiunque cerchi di orientarsi davvero, restiamo in mezzo a questo frastuono a chiederci se il nostro lavoro esiste ancora, se le nostre competenze servono ancora, se c’è ancora spazio per noi in un mondo che corre così.

Si può scendere dalla ruota?

La risposta è sì. Ma per trovare quella risposta bisogna fermarsi per uscire dalla ruota. Bisogna scegliere di ragionare più lentamente di quanto l’algoritmo vorrebbe e coltivare lo spirito critico.

Rallentare non è restare indietro. È rifiutarsi di correre una gara in cui non hai deciso di iscriverti.

L’essere umano ha un valore che nessun annuncio può cancellare in ventiquattr’ore: la capacità di dare senso alle cose. Di contestualizzare, scegliere, sbagliare e capire perché.

Quella capacità non si aggiorna come un modello linguistico. Si coltiva e si difende.

La prossima volta che un titolo ti dice “X ha ucciso Y” o che “un nuovo robot spazzerà via il lavoro” oppure “quest’anno l’influenza sarà la peggiore di sempre”, fermati un secondo.

Chiediti:

  • Chi ci guadagna da questo panico?
  • Quanto tempo è passato dall’annuncio?
  • Qualcuno ha avuto davvero il tempo di analizzarlo e comprenderlo?
  • E soprattutto: quella faccia in copertina ti sta informando, o ti sta solo vendendo adrenalina?

Aspetta! Prenditi il tempo necessario, finché il tuo sentire non ti dà una risposta.

L’unica eccezione? Le scadenze fiscali. Quelle sì che non aspettano nessun algoritmo ;-).

Poi metti giù il tuo smartphone. Prenditi un caffè. Pensa con la tua testa.

Quella è ancora la cosa più facile da manipolare… ma anche la più difficile da automatizzare.

4 risposte

  1. È vero carissimo Gabriele spesso utilizziamo AI per velocizzare i tempi, su tante cose ormai, siamo nel 2026 e la tecnologia è ad altissimo livello, io ritorno spesso agli anni 90, dove la tecnologia cominciava a muoversi su tutti i campi, e da allora di strada se ne è fatta tantissima…. Ma se potessi scegliere ritornerei a quegli anni senza pensarci 2 volte…..

    1. Caro Carlo, purtroppo oggi stiamo vivendo nella velocità e per questo che ci sembra che il tempo passi più rapidamente, ma è dettato dal fatto che non ci fermiamo più a pensare e non vediamo quello che si presenta ai nostri occhi. Io invece sono rimasto agli anni 80… e ritorno spesso ascoltando o suonando della bella musica. Un abbraccio

  2. Da qualche anno a questa parte viviamo in una continua ed estenuante emergenza. La velocità del vivere senza riflettere, e senza rallentare, per osservare con pensiero critico valutando ogni possibilità, sta diventando davvero inquietante. I vari strumenti a disposizione di ognuno di noi vengono utilizzati male e come scorciatoie per fare prima, per essere veloci senza comprendere ciò che accade nella realtà. La percezione del mondo non ci può essere senza rallentare, per esser davvero consapevoli e capire il momento storico è necessario ponderare ed osservare, studiare ed approfondire ogni argomento. Per questo ci vuole tempo non velocità. Grazie per questo articolo, come sempre illuminante. Paola

    1. Grazie Paola per il tuo commento e la precisa osservazione. Chissà dove ci porterà tutta questa velocità… e se non rallentiamo, la possibilità di sbattere improvvisamente diventerà sempre più imminente. Un caro saluto Gabriele

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