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La dopamina non sa chi sei

La dopamina non sa chi sei
Immagine di Gabriele Congiu

Gabriele Congiu

Scrittore ed Editore.
Tra parole, immagini e musica

Conoscere alcuni meccanismi del nostro cervello non solo è fondamentale, ma nella maggior parte dei casi è essenziale per la vita di tutti i giorni, poiché chiarisce molti aspetti legati al nostro comportamento.

Per chi non ha mai capito davvero cosa siano la dopamina e la serotonina, ecco una breve guida per evitare di confonderle:

  • La dopamina è un neurotrasmettitore (una molecola chimica che permette ai neuroni di comunicare tra loro attraverso le sinapsi) legato alla motivazione, alla ricompensa e all’anticipazione del piacere. Non ti dice se qualcosa è vero, bello o giusto: ti dice solo “mi piace, fammelo rifare”.

  • La serotonina, invece, regola l’umore, la stabilità emotiva e la percezione del proprio valore sociale. Quando è bassa, cerchi più approvazione dall’esterno; quando è alta, ti interessa molto meno cosa pensano gli altri.

Per fare un esempio pratico legato a ciò che succede sui social: la dopamina ti spinge a postare, la serotonina decide quanto ti serve che qualcuno ti dica che sei bello.

E ora che abbiamo chiarito i due ingredienti della ricetta… possiamo passare al piatto principale: quel fenomeno curioso che ogni giorno ti porta a pubblicare contenuti alla ricerca di approvazione.

Il fenomeno

Ci sono persone che non hanno una reale consapevolezza del proprio impatto estetico, ma continuano a postare selfie convinte di essere splendide. Non perché lo siano davvero, ma perché ricevono complimenti da chiunque: profili improbabili, utenti annoiati o il mitico “Gino_83_cuore_solitario”, che distribuisce cuori come fossero caramelle.

La psicologia lo spiega benissimo: il cervello non valuta la qualità del complimento, valuta la dopamina che arriva. E la dopamina, si sa, è ingenua: non le importa se il like arriva da un Premio Nobel o da un tizio che commenta “sei stupenda” sotto qualsiasi cosa respiri. Lei festeggia comunque.

È il mix perfetto tra bias di conferma, rinforzo sociale distorto e un pizzico di narcisismo vulnerabile. In pratica:

  1. Cerchi solo ciò che conferma la tua idea.

  2. Ti abitui alle micro-ricompense come un piccione nella gabbia di Skinner.

  3. Ti convinci che la tua bellezza sia certificata… anche se l’ente certificatore ha la foto profilo di un cane e zero neuroni attivi.

Prima dei social: il riconoscimento era un’altra cosa

Quando nei primi anni 2000 mi avvicinai alle neuroscienze, alla PNL e alle tecniche di comunicazione, il tema del riconoscimento era già centrale. Solo che allora non esistevano i social a distribuire approvazione a pioggia. Aver avuto la fortuna di attraversare quel periodo mi permette oggi — in piena era dell’intelligenza artificiale — di osservare la realtà con una prospettiva diversa.

Prima di questa digitalizzazione di massa, il riconoscimento arrivava da:

  • Relazioni reali

  • Contesti professionali

  • Dinamiche comunicative dirette

  • Feedback verbali e non verbali

  • Piccoli gruppi sociali

Era un riconoscimento lento, filtrato, spesso meritocratico. E soprattutto: non scalabile.

Le neuroscienze spiegavano che il cervello cerca approvazione perché è programmato per farlo; la PNL mostrava come il linguaggio e gli ancoraggi modellino l’identità; la comunicazione insegnava che ogni feedback è uno specchio.

Oggi quei meccanismi sono stati industrializzati dai social:

  • Ogni like è un ancoraggio

  • Ogni commento è un rinforzo

  • Ogni selfie è una narrazione identitaria

  • Ogni follower è uno specchio sociale

Il riconoscimento non è più un processo umano: è diventato un processo algoritmico che non distingue tra valore e rumore.

La parte più divertente (e tragica)

Secondo diversi studi di neurobiologia, il cervello reagisce a un like come a un mini-premio. Non è molto diverso da quando il mio gatto riceve un biscottino Temptations: solo che qui il biscottino è un cuore rosso, e il gatto… sei tu.

I social non ti mostrano chi sei davvero: ti mostrano chi vuoi disperatamente credere di essere. Sei tu a scegliere quale versione di te mettere in vetrina e, più fragile è l’autostima, più forte diventa l’illusione.

In fondo, il problema non è che le persone cerchino riconoscimento: lo hanno sempre fatto, da secoli. Il problema è che oggi il riconoscimento arriva da chiunque, anche da chi non riconoscerebbe se stesso allo specchio. E così la dopamina festeggia, l’ego si gonfia e l’autostima diventa un grafico a barre.

Prima dei social serviva un talento per essere notati. Oggi basta un filtro o la disperata disponibilità a mostrarsi ridicoli. L’algoritmo non premia il valore, premia l’attenzione: l’importante è essere visti. E così ci si convince che tutti quei cuori siano approvazione, senza capire che spesso la gente clicca “like” nello stesso modo in cui si rallenta in autostrada per guardare un tamponamento.

La dopamina non sa chi sei. E i social nemmeno… o forse sanno fin troppo di te, e lo usano a loro favore!

(L’immagine di copertina è stata creata con Gemini)

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