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Cosa c’entra Lena Cronqvist con l’IA?

Immagine di Gabriele Congiu

Gabriele Congiu

Scrittore ed Editore.
Tra parole, immagini e musica

A volte le cose più assurde, quelle che non sembrano incastrarsi, sono le più rivelatrici. Cosa c’entra una pittrice svedese che dipinge l’ombra dell’infanzia con gli algoritmi che governano le nostre vite? Molto più di quanto pensiamo.

Chi è Lena Cronqvist

Lena Cronqvist è una delle voci più potenti e scomode dell’arte scandinava contemporanea. Nata in Svezia (1938-2025), ha dedicato tutta la sua ricerca pittorica a un territorio che la cultura preferisce ignorare: il lato oscuro dell’esperienza femminile. Maternità, infanzia, corpo, paura, solitudine. Non come temi estetici, ma come ferite aperte.

I suoi quadri non decorano. Accusano.

E in questo, Cronqvist eredita qualcosa di preciso da Edvard Munch. Non la nazionalità — lui norvegese, lei svedese — ma qualcosa di più profondo: la stessa radice espressionista nordica, la stessa ossessione di rendere visibile ciò che la società vuole tenere nascosto, lo stesso coraggio di dipingere il dolore senza chiedere il permesso.

L’Urlo di Munch — 1893 — non è il ritratto di un uomo che grida. È il ritratto di un’epoca che non sa più contenere l’angoscia. La figura al centro non urla verso qualcuno. Urla perché il mondo intorno urla, e lei non riesce più a non sentirlo.

Suona familiare?

Oggi urlare sembra diventato l’unico mezzo per esistere. I talk show lo hanno trasformato in formato: chi urla di più occupa lo schermo, chi urla di più viene ricondiviso, chi urla di più viene ricordato. Non importa cosa si dice. Importa quanto forte lo si dice. L’urlo non è più il sintomo di un’angoscia — è diventato una strategia di comunicazione. Il rumore ha sostituito il contenuto. Ne ho parlato nel post precedente: Siamo dentro la ruota del criceto e non ce ne siamo accorti.

Munch lo aveva dipinto come tragedia. Noi lo abbiamo trasformato in intrattenimento.

Cronqvist fa la stessa cosa, un secolo dopo, con corpi di bambine e madri rappresentati in condizioni macabre, sospesi tra l’innocenza e l’orrore. Cambia il soggetto. Resta l’urlo.

Il cervello che abbiamo ereditato

C’è un motivo preciso per cui i quadri di Cronqvist ci lasciano a disagio anche dopo averli abbandonati con lo sguardo. Non è solo estetica. È neurologia.

Le neuroscienze lo chiamano negativity bias: il nostro cervello elabora le minacce con un’intensità cinque volte superiore rispetto alle buone notizie. Non è un difetto. È un sistema di sopravvivenza antico quanto la specie. L’amigdala — quella piccola struttura a forma di mandorla nel sistema limbico — non distingue tra un predatore nella savana e un titolo allarmante sul telefono. Reagisce sempre.

Il problema non è che proviamo paura. Il problema è che qualcuno ha imparato a venderla.

La comunicazione moderna ha trasformato il negativity bias in un modello di business. Ogni algoritmo sa che la paura cattura l’attenzione più della bellezza, più della complessità, più della verità. E così veniamo nutriti di emergenze, allarmi, conflitti — non perché siano più reali, ma perché sono più redditizi.

“Una persona muore: è notizia. Mille vengono salvate: è statistica.” Un aforisma cinico, la cui paternità è incerta ma la cui verità è intatta. Oggi questo paradosso è diventato il codice dei feed e lo chiamano pubblicità.

Lo specchio che non mente

Se il nostro cervello è programmato per temere, e la comunicazione ha imparato a sfruttarlo, c’era solo un passo successivo: affidare tutto questo a una macchina. Ed è esattamente ciò che è successo.

È qui che entra l’Intelligenza Artificiale. Non come mostro. Non come salvatore. Come specchio.

Gli algoritmi di raccomandazione — quei motori invisibili che alimentano il nostro feed quotidiano — non hanno valori. Hanno obiettivi. E il loro obiettivo principale è uno solo: tenerti agganciato. Imparano da ogni tuo clic, da ogni secondo di attenzione, da ogni emozione che ti fermano a guardare. Se premi la paura, ti daranno paura. Se insegui il conflitto, ti costruiranno una realtà fatta di conflitto.

L’IA non ci manipola. Amplifica ciò che già siamo. Questo è molto più inquietante.

Ma vale anche il contrario. Lo stesso strumento può tradurre lingue e abbattere muri, dare voce a chi non ha spazio, connettere esperienze che la distanza avrebbe sepolto. Può diventare protesi della memoria, della creatività, della cura.

La tecnologia è sempre stata così: fuoco che scalda o brucia. Dipende dalle mani.

La scintilla che nessun modello può addestrare

C’è qualcosa che le reti neurali artificiali — per quanto profonde — non riescono a replicare: la scelta consapevole di andare controcorrente.

Un algoritmo ottimizza. Un essere umano può scegliere di non farlo. Un modello predice il prossimo passo. Un essere umano può fermarsi e chiedersi: verso dove?

Noi non siamo nati per sopravvivere. Siamo nati per creare, scegliere, amare, immaginare. Portiamo dentro una capacità di senso che non si misura in parametri né si addestra su dataset.

La nostra libertà non è un’architettura. È una dignità.

E quella dignità — che venga chiamata anima, coscienza, o semplicemente umanità — non è in vendita. Non è ottimizzabile. Non è sostituibile.

Questo confine tra abilità artificiale e creatività umana ha radici storiche più profonde di quanto immaginiamo. Nel mio libro Intelligenza Artificiale: conoscere l’essenziale ho dedicato un intero capitolo — Rinascimento digitale: legame tra arte e IA — a questo viaggio, dal 1956 a oggi.

Perché capire da dove veniamo è il primo passo per scegliere dove andare.

Cosa scegliamo di amplificare

Cronqvist ci ha mostrato l’ombra. Non per spaventarci, ma per ricordarci che l’ombra esiste solo dove c’è luce. Munch ce lo aveva già detto, un secolo prima, con un urlo senza voce.

La domanda non è se l’IA cambierà il mondo. Lo sta già facendo.

La domanda è: noi cosa scegliamo di amplificare?

Paura o consapevolezza. Divisione o connessione. Spettatori o protagonisti.

Il potere degli algoritmi è reale. Ma il potere di scegliere la direzione appartiene ancora a noi. E finché lo eserciteremo, nessun modello potrà sostituirci!

Anche l’immagine che vedi è figlia di una scelta umana. Generata con intelligenza artificiale, guidata da un prompt. La macchina ha eseguito. L’intenzione era mia. Il prompt completo e ulteriori informazioni le trovi nel libro digitale Intelligenza Artificiale: conoscere l’essenziale.

2 risposte

  1. Bell’articolo. Non conoscevo l’artista Cronqvist. Mi sono documentata e ho saputo che le sue opere sono state esposte a Bruxelles. Amo l’arte, ma questa la definirei agghiacciante e non capisco come abbiano potuto esporre quadri di inaudita crudeltà nei confronti dei bambini in un luogo che non è un museo. Sono sconvolta 😱 ma faccio i complimenti 👏👏👏 a Gabriele su come ha impostato il post e ha comunicato diversi concetti che fanno riflettere. Dovresi fare un libro e approfondire i temi che tratti nel blog. Ciao da una tua lettrice Orietta 🤗

    1. Grazie Orietta, uso il blog per comunicare i miei pensieri ma allo stesso tempo fornire cultura. Ero da tempo che volevo fare un post citando la Cronqvist, che a parte il suo messaggio più accusatorio che macabro, onestamente le sue opere non le metterei in casa. Ma qua entriamo nei gusti personali. Come hai scritto, esporre dei quadri al Parlamento, secondo me potevano scegliere di meglio, ma non conosco le motivazioni della scelta. Comunque, gli argomenti che tratto nel blog, insieme alle riflessioni le trovi nei miei libri, soprattutto in quelli narrativi (Se ci fossi stato io – Il gatto che incontr-AI) e di biografia (Roberto Turatti e Luigi Lai). Nel libro digitale Intelligenza artificiale conoscere l’essenziale, anche se parla di tecnicismi, troverai riflessioni, spunti filosofici legati alla mia esperienza personale. Grazie Orietta per la tua recensione 😉

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